Responsabilità del datore di lavoro in caso di inidoneità del DPI

In relazione all’infortunio di un lavoratore nell’uso di una mannaia, senza indossare i guanti in maglia metallica perché non forniti dall’imputato datore di lavoro, la Corte di Cassazione Penale, Sezione IV, con la sentenza n. 28665 del 17 luglio 2012, ha chiarito che «mettere a disposizione di un lavoratore un dispositivo individuale di protezione allo stesso inadeguato e quindi inutilizzabile allo scopo, equivale in sostanza a non fornirgli alcun dpi con conseguente violazione del relativo obbligo».

Più precisamente, in relazione alla fattispecie in esame, il giudice di primo grado aveva condannato il responsabile legale di una società, ritenendolo responsabile del delitto di cui all’art. 590 c.p., comma 3, art. 583 c.p., comma 1, n. 1, per aver cagionato delle lesioni personali, ad un dipendente che nell’uso di una mannaia si era colpito la mano sinistra, priva del guanto a maglia metallica. La Corte d’Appello, riformando parzialmente la sentenza, riconosceva delle attenuanti generiche e pur confermando la penale responsabilità dell’imputato, riduceva la pena precisando che il dipendente infortunatosi non indossava il guanto di protezione perché inadeguato, per dimensioni, rispetto alla sua mano. A seguito di ricorso, la Suprema Corte pur riconoscendo la responsabilità dell’imputato e quindi condividendo le motivazioni della sentenza di condanna dell’Appello, decideva di annullare il provvedimento rinviando gli atti ad una sezione diversa. Lo scopo, quello di riesaminare le prove acquisite e decidere se ritenere o meno dimostrata la messa a disposizione di un mezzo di protezione antinfortunistica adeguato da parte del datore di lavoro.

Da un lato infatti, prove testimoniali secondo le quali l’infortunato aveva ammesso di avere indossato altre volte, il guanto ed il grembiule a maglia metallica nell’esecuzione di talune operazioni di taglio e secondo le quali l’ispettore della ASL non aveva eseguito “la misurazione” del guanto sulle dimensioni della mano dell’infortunato, limitandosi invece a riferire della ritenuta sproporzione del guanto, dopo averlo provato sulla propria mano. Dall’altro, deposizioni testimoniali dell’Ufficiale di P.G. verbalizzate, di altri dipendenti e dello stesso infortunato, secondo le quali, all’interno dell’azienda, vi era, a disposizione dei vari addetti al reparto “un unico guanto“, di “dimensioni esagerate e certamente non idoneo ad assicurare la protezione delle mani del lavoratore“. Ed è proprio in relazione a queste ultime informazioni che la Suprema Corte pur rinviando ad altro giudice la valutazione del caso, ha formulato la massima sopra riportata.

di Silvia Ceruti

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